La vita eterna è un’illusione. Per noi esseri umani, ma anche per le cose, benché queste possano vivere molte più vite di noi. Per quanto la medicina abbia allungato le nostre vite, e il restauro quelle dei monumenti, noi e i nostri artefatti invecchiamo inesorabilmente. E siamo spesso chiamati a fare scelte complesse conciliando il desiderio di eternità con la sostenibilità economica. Ma se sono le comunità a compiere queste scelte, quali obiettivi perseguono e come garantiscono la sostenibilità economica? È possibile immaginare che tali comunità-o dei privati- si assumano l’onere di conservare e curare beni (magari seriali) a cui lo stato fatica a trovare collocazione? Possiamo parlare di “scarto”? E come gestiamo e regolamentiamo tutto ciò? Possiamo immaginare che approcci alternativi possano stimolare una consapevolezza maggiore della complessità dei beni culturali?