Heritage Languages: contraddizioni nelle policy
Heritage Language è la lingua in cui nasciamo, che può essere diversa dalla lingua del paese dove viviamo. E in Europa le lingue dei migranti non sono tutelate.
di: Elisabetta Ragagnin, Graziano Serragiotto, Giulia Ferro, Giulia Tardi, Valeria Tonioli

Nelle società multiculturali, segnate dalla migrazione e dalla convivenza di diverse etnie e collettività, le diverse lingue sono centrali per una comprensione più ampia di ciò che ci sta attorno.

Primi studi

Già a partire dagli anni Trenta del Novecento alcuni accademici, ma anche osservatori non strettamente scientifici, si sono accorti che all’interno dei confini di un singolo ‘stato nazione’ potevano convivere lingue diverse, lingue di minoranza tradizionali, lingue indigene, ma anche lingue di popolazioni migranti.

La prima pubblicazione a nostra disposizione sul tema è The American Language di Henry Louis Mencken (1936), un non accademico che ha raccolto informazioni sullo status e le caratteristiche di 28 lingue di comunità migranti degli Stati Uniti, come tedesco, gypsy (verosimilmente romanì), giapponese, ucraino. Parallelamente, Mencken ha raccolto dati sul censo del 1930, sui prestiti, sulle interferenze sintattiche, sugli adattamenti fonologici, sui particolari del dialetto di origine, ma è stato anche in grado di fornire dati sul bilinguismo. Nonostante il suo lavoro fosse considerato poco affidabile, ha comunque suscitato interesse per l’argomento, suggerendo l’idea che ciò che chiamiamo ‘americano’ sia in realtà di natura composita.

Il punto di partenza nella ricerca accademica su questo tema è sicuramente Einar Haugen con The Norwegian Language in America (1953), un lavoro in due volumi incentrato sulle comunità di lingua norvegese degli Stati Uniti, che comprende sia la storia della comunità norvegese bilingue dal punto di vista sociolinguistico, che i dettagli dell’incorporazione dell’inglese nel norvegese americano.

Questi lavori iniziali hanno poi dato il via anche a rami di ricerca molto specifici come i Minority Language Studies e gli Immigrant Language Studies, tutti con prospettive diverse.

Infatti, lo stesso fenomeno è stato visto e studiato in modi diversi:

  • La prospettiva della ‘diaspora’ fa riferimento alla distribuzione di una lingua al di fuori dei confini del paese in cui è originariamente parlata e ne compara le diverse varietà. Per esempio, può comparare l’inglese parlato in India con quello parlato in Kenya o in Nigeria. Le basi di questa prospettiva sono radicate nel nazionalismo e nella nostalgia post-coloniale da parte delle nazioni europee, a volte anche cercando una versione arcaica, più ‘originale’ di lingue europee o particolari dialetti.
  • Con la prospettiva del paese d’immigrazione, invece, diverse lingue di comunità migranti sono studiate dal punto di vista, appunto, del paese d’immigrazione, come gli esempi che abbiamo visto prima riguardo le lingue degli Stati Uniti. In questo caso si è utilizzato spesso il termine ‘etnoletti’ per riferirsi a ciò che oggi chiamiamo Heritage Language.
  • Infine, la prospettiva che tiene conto dei parlanti, ovvero degli Heritage Speakers, delle loro scelte linguistiche come parlanti bi- o plurilingui, del loro contesto, fa riferimento a qualcosa che viene tramandato, un’eredità, un patrimonio.

Che cos’è una Heritage Language?

Il termine Heritage Language nasce nelle politiche linguistiche degli anni Settanta-Ottanta del Canada, terra multilingue sia per colonizzazione che per lingue indigene, dove è stato sviluppato il programma governativo Ontario Heritage Languages che ha finanziato l’insegnamento nelle scuole delle diverse Heritage Language per 2.5 ore settimanali. Nonostante il programma sia stato revocato nel 2009, il supporto al plurilinguismo e alla valorizzazione delle Heritage Languages da parte di scuole, istituzioni e musei rimane tuttora significativo (Nagy 2021, 178).

Non c’è, però, una definizione univoca di Heritage Language: alcune definizioni la intendono come un sistema grammaticale che si sviluppa nelle menti dei parlanti e un costrutto sociale che rende possibile ai parlanti comunicare, mentre altre definizioni lo intendono come qualcosa che definisce le identità linguistiche dei parlanti attraverso pratiche comunicative e sociolinguistiche.

In generale, alcune caratteristiche delle lingue del patrimonio sono:

    1. status non ufficiale;
    2. interruzione dell’esposizione (per migrazione, adozione, ecc.);
    3. variazione nella dominanza tra generazioni e diversi gradi di competenza;
    4. fattore identitario, connessione personale ed emotiva con la lingua;
    5. sono lingue che i bambini apprendono a casa fin da piccoli;
    6. lingue di comunità: con nuove varietà e fenomeni linguistici.

Studentessa bengalese ad una lezione di Italiano A2 presso il Centro Provinciale di Insegnamento

Sicuramente ci sono diversi casi in base al contesto e alla comunità di riferimento: per esempio, la comunità bangladeshi di Mestre, nonostante le diverse provenienze, è piuttosto compatta, e i diversi dialetti sono comprensibili da tutti. Al contrario, le persone ispanofone degli Stati Uniti sono di diverse provenienze, le comunità sono più frammentate, non ci sono norme condivise da tutti, ci sono diversi dialetti e registri, ecc.

Provvedimenti legislativi

Per quanto riguarda la legislazione internazionale che parla di lingua e di protezione e valorizzazione della lingua, si possono vedere:

  1. traditionally used within a given territory of a State by nationals of that State who form a group numerically smaller than the rest of the State’s population; and 
  2. different from the official language(s) of that State;it does not include either dialects of the official language(s) of the State or the languages of migrants».

E la legislazione italiana?

Da allora a oggi in Italia ci sono state diverse iniziative come Gli Italiani dell’Altrove del MIC, attiva fino al 2022 con eventi divulgativi e di valorizzazione del patrimonio linguistico di lingue minoritarie tradizionali. Si riferiva infatti a «Minoranze Linguistiche Storiche, ovvero culture di lingua non italiana, che, nel corso della storia, si sono variamente insediate e integrate sul territorio nazionale, fino a diventare una parte essenziale della nostra complessiva identità di italiani».

Le legislazioni regionali seguono questo stesso paradigma di salvaguardia delle minoranze linguistiche storiche e dei dialetti applicando le Norme nazionali di cui sopra (482/1999). Prendendo per esempio il Veneto, le lingue che vengono tutelate e valorizzate, attraverso la legislazione regionale sono ladino, cimbro e friulano. Con la Legge regionale n. 8 del 13/04/2007 è invece il dialetto veneto a essere tutelato: «La Regione del Veneto favorisce la tutela e la valorizzazione del patrimonio linguistico veneto […] Le specifiche parlate storicamente utilizzate nel territorio veneto e nei luoghi in cui esse sono state mantenute da comunità che hanno conservato in modo rilevante la medesima matrice costituiscono il veneto o lingua veneta».

L’alfabeto bengalese nel quaderno di un bambino in una scuola di lingua bangla (Mestre)

E le popolazioni migranti?

A differenza del percorso nord americano, in cui a essere valorizzate sono state da subito sia le lingue indigene che quelle di minoranze migratorie, in Europa, e più specificamente in Italia, la questione è molto diversa: sono solamente le minoranze linguistiche storiche ad avere una legislazione dedicata, in alcuni casi assieme ai dialetti. Le minoranze linguistiche migranti non sono quindi protette, nonostante gli altissimi numeri sia di persone con background migratorio (molto più alti delle minoranze tradizionali), che di lingue. Per esempio, in Europa turco e arabo sono parlate da milioni di persone, e in Veneto le persone con background migratorio sono mezzo milione: quante Heritage Languages ci sono? Quante lingue non sono valorizzate, o ancor meno protette?

Nonostante le iniziative istituzionali siano rare, vista anche la mancanza di una legislazione specifica, ci sono però evidenze di una necessità di mantenimento linguistico con scuole di lingua tenute da privati, associazioni, ecc. Per portare un esempio, a Mestre e Marghera ci sono diverse scuole di lingua bangla: i genitori di bambini di origine bengalese nati in Italia vogliono che i figli parlino ma anche leggano e scrivano la lingua bangla, così da poter mantenere aperte le relazioni con la famiglia e continuare il legame con il paese di origine. Le seconde generazioni desiderano migliorare la loro competenza di bangla, consci che piano piano rischiano di perdere la loro abilità linguistica. Quali passi si possono fare per valorizzare queste ‘lingue del patrimonio’? Cosa ci insegna il plurilinguismo delle nostre comunità su come possiamo concepire il patrimonio, anche quello intangibile come quello linguistico, in modi nuovi?

Riferimenti bibliografici

Aalberse, S.; Backus, A.; Muysken, P. (2019). Heritage languages: A language contact approach. Amsterdam: John Benjamins Publishing Company. https://doi.org/10.1075/sibil.58.

Bernini, A. (2014). «Languages as Intangible Cultural Heritage: About an ‘Ecolinguistic Capital’». Darnioji Daugiakalbystė | Sustainable Multilingualism, 5, 164–86. https://doi.org/10.7220/2335-2027.5.6.

Eaton, J.; Turin, M. (2022). «Heritage languages and language as heritage: the language of heritage in Canada and beyond». International Journal of Heritage Studies, 28(7), 787-802. https://doi.org/10.1080/13527258.2022.2077805.

Nagy, N. (2021). «Heritage Languages in Canada». In Montrul, S.; Polinsky, M. (a cura di) The Cambridge Handbook of Heritage Languages and Linguistics. Cambridge Handbooks in Language and Linguistics. Cambridge University Press; 178-204.

Smeets, R. (2004). «Language as a vehicle of the intangible cultural heritage». Museum international, 56(1‐2), 156-165. https://doi.org/10.1111/j.1350-0775.2004.00470.x.

Vrdoljak, A. F. (2014). «Human Rights and Cultural Heritage in International Law». Lenzerini, F.; Vrdoljak, A. F. (a cura di), International Law for Common Goods: Normative Perspectives on Human Rights, Culture and Nature. Londra: Hart. https://doi.org/10.5040/9781474201254.ch-007.