Chi decide cosa sia o non sia un bene culturale?
Tra i numerosi oggetti, siti e memorie che ereditiamo dal passato, come avviene la selezione di ciò che merita di entrare in una vetrina di museo o di essere sottoposto a tutela, monitoraggio e conservazione? Chi stabilisce le priorità nella distribuzione delle risorse economiche e umane per restaurare e preservare quella che definiamo eredità culturale?
Che cos’è un bene culturale?
Questo tipo di domande è generalmente poco praticato, sia dai professionisti dei beni culturali sia dai comuni cittadini, che spesso finiscono per considerare i beni culturali come ‘qualcosa di dato’, fisso e, in ultima analisi, non discutibile. La nostra tradizione di approccio al passato, di stampo classico e filologico, tende a fornire preconcetti intorno ai beni culturali, secondo cui questi esisterebbero indipendentemente dall’interpretazione umana. Sarebbero una sorta di entità oggettiva che noi possiamo solo identificare, catalogare e proteggere. Secondo questa visione, il valore di un bene culturale deriverebbe dalla sua antichità, dalla sua funzione di memoria o dalla sua capacità di fornire informazioni sul passato.
Tale visione statica e oggettiva è stata ampiamente discussa e criticata dagli studi contemporanei sul patrimonio culturale (Critical Heritage Studies). Laurajane Smith in The Uses of Heritage (2006) afferma con forza che il patrimonio «non esiste in sé» ma è una costruzione culturale che riflette scelte, ideologie e –soprattutto nel nostro contesto occidentale e mediterraneo– rapporti di potere.
Piuttosto che chiederci che cosa sia il patrimonio, dovremmo porci una domanda più complessa: chi decide cosa è patrimonio e perché? Ciò che oggi viene considerato patrimonio potrebbe non esserlo stato in passato, e potrebbe non esserlo in futuro. Il valore di patrimonio non risiede nella materialità in sé (un frammento di anfora antica non è patrimonio per la sua materialità di argilla cotta), ma nei significati che la società gli attribuisce: memoria, rappresentazione, studio e valore emozionale. La qualifica di bene culturale è, quindi, il risultato di una costruzione sociale e culturale, un ‘discorso’, dunque.

Fig. 1: AHD secondo l’Intelligenza Artificiale.
Authoritative Heritage Discourse (AHD)
Nell’ambito dei Critical Heritage Studies, il concetto di Authoritative Heritage Discourse (AHD) è stato sviluppato da Laurajane Smith per descrivere il modo in cui il patrimonio culturale viene tradizionalmente definito e gestito da istituzioni ed esperti. Si tratta di un paradigma interpretativo, o meglio di un ‘discorso dominante’, radicato in un sistema di valori che privilegia determinati tipi di patrimonio rispetto ad altri, stabilendo chi ha l’autorità per decidere cosa sia degno di essere conservato e protetto. Spesso questi processi, che potremmo definire processi di patrimonializzazione (heritagization processes), avvengono in modo non del tutto consapevole e influenzano la pratica intorno agli oggetti culturali senza riflettere sull’ontologia stessa di cosa sia un bene culturale.
In sintesi, possiamo dire che secondo il modello dell’AHD, i beni culturali verrebbero identificati con monumenti, siti archeologici e edifici storici, a cui viene attribuita la qualità di portatori valori universali. La loro gestione è affidata principalmente a esperti, governi e organizzazioni internazionali, mentre le comunità (nella loro multiforme rappresentazione), le memorie collettive e le pratiche immateriali verrebbero escluse dal processo decisionale. Alle comunità si nega il diritto di definire il proprio patrimonio e di interpretarlo secondo il proprio presente, la propria storia e i propri valori che – va da sé – sono in continua evoluzione, come lo è il patrimonio stesso.
Questo approccio riflette una prospettiva eurocentrica e coloniale, che ha contribuito a costruire una narrazione del patrimonio basata su criteri di autenticità, conservazione e valore estetico, piuttosto che su un riconoscimento del patrimonio come fenomeno fortemente dinamico e di rilievo sociale.
Il motivo per il quale in molti paesi europei e mediterranei ci affidiamo a questo sistema per individuare i beni culturali è legato a una tradizione centenaria, dove il patrimonio culturale è in prima battuta un patrimonio statale e nazionale, che di fatto esprimerebbe un’identità di popolo e patria. Nel momento cruciale della nascita degli stati europei, nell’Ottocento e nei primi del Novecento, era fondamentale presiedere dall’alto alla selezione degli oggetti e dei significati che sarebbero andati a costruire un robusto patrimonio di stato, capace di essere utilizzato in un sistema internazionale di forti contrapposizioni, proiettato all’imperialismo coloniale e capace di costruire cittadini uniti da basi comuni. Per i nostri padri delle nazioni, dunque, usare il patrimonio anche come collante nazionale era una necessità imprescindibile.
Oggi però il mondo è cambiato, e non possiamo sottovalutare i rischi connessi alla percezione dei beni culturali come un patrimonio di Stato. L’AHD tende infatti a considerare il patrimonio come qualcosa di statico, da proteggere in modo cristallizzato, piuttosto che come un elemento vivo e in continua evoluzione.
La pratica dell’Authoritative Heritage Discourse
Noi definiamo il patrimonio, concepiamo il patrimonio, o meglio, citando Laurajane Smith, «discorriamo» di patrimonio, e nel farlo lo «creiamo». È ciò che definiamo il ‘discorso’ intorno all’heritage. Come ci dice il filosofo Michel Foucault, una cosa esiste solo se noi ne parliamo.
Nessun bene culturale è nato come tale, nessun oggetto del nostro patrimonio è stato fabbricato con questa qualità. Prima era un semplice manufatto (un contenitore, una casa, una infrastruttura, un disegno, una costruzione monumentale a fini commemorativi, etc.). Poi la pratica sociale, i sistemi di cultura e memoria possono trasformare gli oggetti in qualcosa che vale la pena di ‘incapsulare’ nel tempo, tentando di fermare il naturale declino della materia, per conservarli quanto più a lungo possibile. È l’interazione tra linguaggio e pratica che definisce il bene. Un bene è ‘culturale’, e quindi è patrimonio, nella misura in cui noi lo trattiamo da tale (ne discorriamo) e nella misura in cui lo maneggiamo. Pratica e discorso. Quella costruzione discorsiva che sviluppa ciò che noi chiamiamo, a volte con una certa leggerezza, identità culturali.
Noi, dunque, facciamo un discorso intorno al patrimonio, ma non tutte le voci hanno lo stesso peso. Alcuni di noi hanno l’autorità di farlo più di altri. All’interno del modello interpretativo dell’AHD, è facile individuare un sistema dominante, sancito da chi ha ‘potere’ (e dunque agency) nelle pratiche culturali. Gli Stati e le nazioni, per esempio, precisano le politiche pubbliche e le pratiche di gestione. Gli addetti del settore culturale (curatori, museografi, archeologi, storici dell’arte, etc.) fanno selezione e creano gerarchie attraverso lo studio, le pratiche di valorizzazione e di scarto. Nel nostro sistema culturale, poi, che tanto si basa sul valore monetario ed estetico dei nostri patrimoni, i collezionisti, i compratori e i mercanti indirizzano mode e gusti.
All’interno del modello ontologico dell’AHD, i non addetti ai lavori, i cittadini, hanno il mero ruolo di destinatari. Contenitori da riempire di conoscenza, possono anche esprimere ‘qualche’ preferenza di gusto, ma il contenuto del trasferimento di conoscenza è ‘versato’ dall’alto.
Il Codice italiano dei beni culturali e l’approccio AHD
Quanto il Codice dei beni culturali italiano (D.Lgs. 42/2004), e le ‘pratiche’ più diffuse nel nostro paese intorno ai beni culturali, aderiscono all’ontologia dell’AHD? Quanto, in altre parole, è top-down la modalità di definizione del patrimonio culturale in Italia?
Lo abbiamo chiesto all’intelligenza artificiale (chat gtp 4.0). La risposta alla domanda, quasi retorica, è evidentemente positiva. Si, noi possediamo un sistema di norme e pratiche piuttosto autoritativo. Le leggi «aderiscono in larga parte all’ontologia e alla pratica dell’Authoritative Heritage Discourse (AHD), pur con alcune aperture verso approcci più inclusivi», dice la risposta artificiale basata sui dati presenti nel web. «Il Codice riflette molte delle caratteristiche dell’AHD, in particolare nella sua impostazione, nei suoi aspetti normativi, e nell’insistenza sugli aspetti istituzionali e legati alle competenze tecniche e conservative». Norma, ruolo degli esperti e restauro: paiono essere queste le tre parole chiave che definiscono i nostri beni culturali in modo autoritativo.
In primo luogo, la definizione del nostro patrimonio culturale è alquanto normativa. Il patrimonio viene identificato dalla legge tramite un approccio istituzionale, e principalmente con beni materiali a cui viene attribuito un valore intrinseco e universale, indipendentemente dal contesto sociale o dall’interpretazione delle comunità. Il valore ‘trasformativo’ del patrimonio è totalmente assente. Sono molto accentuati i valori estetici, storici e documentari dei beni piuttosto che il loro ruolo nelle dinamiche culturali contemporanee.
Secondariamente, il ruolo degli enti culturali, degli istituti di ricerca e degli esperti è centrale. Di fatto, secondo codice e pratica, le decisioni intorno a tutela, conservazione e valorizzazione del patrimonio sono prerogative dei professionisti del settore (Ministero della cultura e sue Soprintendenze, istituzioni locali), che esercitano sia un potere decisionale e sia una forte ‘moral suasion’ sulle modalità di management dei beni culturali. Cittadinanza e comunità hanno un ruolo secondario, prevalentemente come fruitori.
Il Codice, infine, pone un forte accento sulla protezione fisica e legale dei beni culturali, imponendo vincoli e restrizioni per garantirne la conservazione nel tempo. Tutela e conservazione (più che uso e condivisione) risultano essere i fondamenti di un impianto che -lo si lasci dire in modo netto e anche brutale- risulta in definitiva essere fondato su una piccola/grande ‘bugia’.
L’approccio cristallizzante concepisce il patrimonio come qualcosa da preservare nella sua autenticità. Perché lo faremmo? Ci raccontiamo che lo facciamo per il bene delle future generazioni. La bugia sta tutta nella tensione ideologica e paternalistica di una ‘frase fatta’ (conservare per le future generazioni), piuttosto mistificata, dove noi conserveremmo solo per il bene dei futuri cittadini quello che era il patrimonio dei nostri avi. Tale maschera, che usiamo per giustificare le azioni di conservazione, nasconde il rapporto fortissimo che noi istituiamo tra il presente e il patrimonio. Ovvero, di fatto conserviamo, restauriamo, discorriamo di patrimonio e valorizziamo per noi, per le necessità del mondo contemporaneo. La conservazione del passato è un modo per sentirci democratici, moderni e complessi. Discorriamo di beni culturali per definire meglio le nostre strutture sociali, per il piacere della ricerca, per avere strumenti di comprensione del passato e –non per ultimo- per motivi emozionali. Identifichiamo beni culturali per tutte quelle ragioni che hanno a che fare con la definizione complessa di noi, sia come singoli che come animali sociali.
Fig. 2: I beni comuni e partecipati secondo l’Intelligenza Artificiale.
Oltre l’AHD: partecipazione e beni culturali
Quali possono essere le prospettive per superare l’AHD, per oltrepassare i limiti di questo metodo? Un approccio dialogico e l’impiego di flessibilità nelle pratiche, nonché il riconoscimento dei valori di pluralismo e integrazione, devono essere competenze e pratiche contemporanee irrinunciabili.
Negli ultimi 25/30 anni, sono molte le esperienze nel nostro paese che vanno in una direzione opposta all’AHD. La sperimentazione di nuove pratiche partecipative, soprattutto in esperienze locali, grazie a progetti di archeologia pubblica, pratiche di de-colonializzazione e di gestione cooperativa, ecomusei e pratiche di co-gestione del patrimonio, si vanno allargando sempre più. Tutti riconoscono che il patrimonio non è solo fatto di pietre e rovine, ma soprattutto di persone e di storie intorno a quelle pietre, storie che si intrecciano a pratiche e significati che cambiano nel tempo.
Anche da un punto divista formale, il pur limitato riconoscimento del patrimonio immateriale nel Codice stesso, che individua il valore di tradizioni e saperi delle comunità (soprattutto in relazione al paesaggio e ai beni demo etnoantropologici), risulta sostanziale. Anche grazie all’ibridazione con esperienze e policy internazionali (Unesco, Icomos, EU) ci si apre sempre maggiormente al coinvolgimento delle comunità, come indicato dalla Convezione di Faro.
È un approccio che rischia di essere più teorico più che pratico, anche se la Convenzione di Faro è legge dello Stato da qualche anno (legge 133/2020). Il Codice stesso riconosce in alcuni passaggi il ruolo della partecipazione pubblica. Parimenti il concetto di ‘bene comune’ applicato al patrimonio è emerso con forza negli ultimi anni. Nella pratica, però, gli strumenti –finanziari, legali e anche culturali- per un coinvolgimento effettivo su larga scala delle comunità, sono ancora poco sviluppati.
La sfida per il futuro dei beni culturali e per re-immaginare le professioni intorno al patrimonio, sarà quella di superare la visione cristallizzata del patrimonio come entità oggettiva e immutabile, riconoscendone appieno, anche legalmente, la natura dinamica, trasformativa e eminentemente sociale.
Immagine di testa: Adoption of the 1972 World Heritage Convention in room 1, UNESCO, Paris France
Bibliografia minima
Harrison, R. (2009). «What is Heritage?». Harrison R., (a cura di), Understanding the Politics of Heritage, 5-42. Manchester: Manchester University Press.
Harrison, R. (a cura di) (2020). Heritage futures: comparative approaches to natural and cultural heritage practices. London: UCL press.
Smith, L. (2006). Uses of heritage. London: Routledge.
Smith, L. (2020). «Uses of heritage». Encyclopedia of global archaeology. Cham: Springer International Publishing.