Agency delle cose: le cose sono vive!
Le cose hanno la capacità di agire su di noi come singoli e come comunità. Ma bisogna lasciarle libere di esprimere tutto il loro potere generativo. La loro agency
di: Cinzia Dal Maso

“Se salvi una cosa, questa, un giorno, può salvare te”

Lorenza Gentile, Le cose che ci salvano

 

Una parola importante

Agency è parola eccezionale. Evitiamo di tradurla, per favore, perché il neologismo italiano agentività non rende a pieno quella facoltà umana di far accadere le cose, di intervenire sulla realtà. Agency è il motore potente che guida ad agire.

Agency è parola camaleontica. È un sostantivo ma possiede tutta la forza propulsiva di un verbo. L’abbiamo imparato a scuola: i sostantivi ‘stanno’, i verbi si muovono. I verbi indicano azione. E agency è azione, è dinamicità pura.

Agency è ovunque. Parliamo di agency degli esseri umani, della loro capacità di agire intenzionalmente e intervenire sulla realtà. Parliamo di agency degli animali, del loro avere sentimenti ed esprimere una cultura. Ma al giorno d’oggi sappiamo che hanno agency anche gli alberi e le piante tutte: comunicano tra loro, si aiutano a vicenda, sono esseri sociali in tutto e per tutto. E negli ultimi decenni antropologi e archeologi ci hanno spiegato che hanno agency anche le cose inanimate: le pietre, gli oggetti di ogni tipo, gli edifici, anche se non si muovono autonomamente né intenzionalmente. La nostra esistenza è in continua relazione con le cose. Le cose ‘sono vive’.

La agency delle cose

Perché le cose hanno la capacità di interiorizzare aspetti di chi li possiede, al punto da diventare la manifestazione percepibile dell’identità di quella persona. L’associazione che si crea tra una persona e le sue cose, è così intima che alla fine sono tutt’uno. Le cose sono come nostre protesi, e sulle cose noi proiettiamo idee, valori, significati, aspettative, sentimenti: sia la nostra struttura biologica che quella cognitiva sono influenzate dalle cose.

Se poi le emozioni e i valori che noi trasferiamo alle cose sono condivisi da più persone e da un gruppo sociale intero, allora si radicano e crescono, e con una sorta di cortocircuito tornano a noi in una forma che si allontana sempre più dal motore originario. Le cose acquisiscono vita propria e la capacità autonoma di agire su di noi, di plasmare le nostre esperienze e percezioni, di influenzare decisioni ed eventi, di infondere linfa vitale alle nostre culture. Hanno un potere generativo. E una precisa vita sociale. E poiché vivono molto più a lungo di noi, la loro vita e il loro potere possono essere diversi in epoche diverse.

Le cose, ovvero quegli oggetti o edifici o monumenti a cui le comunità attribuiscono un valore sono -come afferma la convenzione di Faro (art. 2a)- i beni culturali. Pertanto, i beni culturali hanno una agency, contribuiscono a modellare il mondo. E proprio come -sempre secondo Faro- un bene culturale può acquisire valori diversi nel tempo, può anche agire su di noi in modi diversi nel corso del tempo.

Musei Vaticani. Foto di Cristina Gottardi su Unsplash

 

Libertà di agency: le cose devono ‘far rumore’

Più senso noi attribuiamo ai beni culturali, più loro ne restituiranno a noi. Purché però li lasciamo liberi di esprimere tutto il loro potenziale. Come ha osservato il filosofo Remo Bodei, «Le cose parlano tanto più di noi, di ciò che ci costituisce, quanto più le lasciamo esprimere nel loro linguaggio». Ma gli oggetti chiusi nelle vetrine dei musei, hanno poca possibilità di esercitare la loro agency su di noi. Diventano ‘oggetti da museo’, belli per definizione, da ammirare e contemplare. Non riusciamo a renderli ‘nostri’, non ci chiediamo cosa dicono a noi, non vi cerchiamo quella agency che parla a noi.

È compito della comunicazione museale abbattere le vetrine dei musei, anche metaforicamente, e suscitare curiosità per gli oggetti esposti. Chiedere a ognuno «cosa dice quell’oggetto a te», e stimolare ragionamenti collettivi sugli oggetti basati su precise riflessioni personali piuttosto che sul bello e l’ammirabile ‘per default’. Così gli oggetti non sono più muti ma ‘fanno rumore’, e l’estatica contemplazione si trasforma in animata discussione.

È però anche compito della scienza della conservazione non sforzarsi di conservare oggetti, monumenti o edifici belli ‘per default’. La ricerca a ogni costo dell’autenticità della materia rischia di snaturarli e rubare loro la agency che hanno acquisito nel tempo, quel valore immateriale che li rende beni culturali oltre la loro materialità. Rischia di cancellare per sempre le tracce della vita vera. Un edificio restituito in tutto e per tutto al suo splendore originario, rischia di non dire più nulla a chi l’ha visto e vissuto nelle sue mutazioni. E rischia, soprattutto, di venire solo contemplato e non più usato e vissuto.

Forse la pratica orientale che imponeva a ogni nuovo regnante di abbattere e ricostruire gli edifici di importanza religiosa e sociale com’erano e dov’erano, ci può far capire cosa vale davvero: non tanto le pietre in sé stesse -antiche o moderne che siano- ma il valore che noi vi attribuiamo.

Sentirsi ‘a casa’

Solo lasciando sprigionare tutta la agency che oggetti e monumenti possiedono, riusciamo a far dialogare con loro i cittadini tutti. A far sì che ognuno trovi nei beni culturali un senso -personale e collettivo- e scelga di costruire relazioni con i beni culturali e con gli altri. In questo modo la linfa vitale che sprigiona dai beni culturali riuscirà veramente ad alimentare una comunità. E ognuno in quel luogo così ricco di agency, si sentirà nel posto giusto per lui. Si sentirà veramente ‘a casa’.