Beni culturali: definizione
Cosa intendiamo quando parliamo di ‘beni culturali’? Il nostro Codice dei beni culturali (D.Lgs. 42/2004, che d’ora in avanti chiameremo Codice BBCC), all’art.2,c.2 dice che è bene culturale ciò che (oggetto materiale) è stato individuato dalla legge o in base alla legge quale «testimonianza avente valore di civiltà». In realtà, questa definizione è stata enucleata già negli anni Sessanta del secolo scorso dalla cosiddetta ‘Commissione Franceschini’ che ha eseguito un censimento e una valutazione del patrimonio culturale italiano.
La Commissione ha precisato che per «testimonianza avente valore di civiltà» si intende una testimonianza (materiale/oggetto) che, anche se appartenente/originata ad/da un altro paese (come, per esempio, le testimonianze greche o arabe nel sud del nostro paese), ha svolto una funzione culturale prolungatasi nel tempo e ha rivestito un ruolo determinante nella formazione del nostro sapere. Infatti nella nostra penisola, forse più che in altre aree del mondo, il patrimonio culturale si è costruito recependo nel tempo i saperi di altre culture che hanno avuto contatti con le nostre genti, o hanno sostato nel nostro territorio, o si sono persino stabilite.
Cosa significa ‘culturale’?
Analizziamo ora nel dettaglio i due termini, bene e culturale. Partiamo dall’aggettivo, ‘culturale’, che deriva dal sostantivo ‘cultura’, usato spesso anche come sinonimo di civiltà. In una delle definizioni più recenti, quella dell’UNESCO, ‘Cultura’ è «l’insieme degli aspetti spirituali, materiali, intellettuali ed emozionali unici nel loro genere che contraddistinguono una società o un gruppo sociale. Essa non comprende solo l’arte e la letteratura, ma anche i modi di vita, i diritti fondamentali degli esseri umani, i sistemi di valori, le tradizioni e le credenze» (vedi Dichiarazione Universale dell’UNESCO sulla Diversità Culturale, 2001).
In generale, tuttavia, è molto difficile fornire una definizione univoca di ‘cultura’, dal momento che il termine ‘cultura’ è polisemico: parliamo infatti di cultura della morte, cultura dell’odio, cultura aziendale, cultura dei migranti, cultura dei giovani, ecc. Ed è di conseguenza difficile descrivere il suo aggettivo quando si associa a sostantivi dalle spiccate connotazioni patrimonialistiche quale ‘bene’ e ‘patrimonio’. Lo stesso Codice BBCC mostra una certa difficoltà quando, già all’articolo 2, tenta di distinguere il patrimonio culturale in beni culturali in senso proprio e beni paesaggistici, in
quanto l’aggettivo culturale, utilizzato per definire il patrimonio, viene poi scisso in culturale e paesaggistico, conferendo a culturale un focus più preciso.
Il termine ‘cultura’ richiama fortemente anche il termine ‘identità’ in un’ accezione che noi consideriamo esclusivamente positiva. La nostra identità è, infatti, formata dagli arricchimenti provenienti da altre culture, ed è tuttora in continua formazione. Sono poche, pochissime ormai nel pianeta, le comunità che non hanno accesso o contatto con altre comunità. Lo scambio è continuo, oggi più che mai. «Il ‘patrimonio culturale nazionale’, quindi, costituisce un insieme eterogeneo e complesso, ma unitario, che contribuisce a consolidare nel tempo il valore identitario della Nazione, senza che rilevi la loro appartenenza a privati, ad un ente pubblico o allo stato» (Battelli 2017).
Cosa significa ‘bene’?
Passiamo ora al termine ‘bene’, apparentemente più semplice da interpretare ma, in realtà, portatore di tematiche molto complesse. Nel linguaggio giuridico, è ‘bene’ qualunque cosa possa formare diritto in quanto dotata di utilità (fisiologicamente) economica. Una definizione che però si applica a fatica ai ‘beni culturali’, dal momento che l’utilità dei beni culturali (e paesaggistici) dovrebbe avere valore squisitamente ideale e spirituale e, di conseguenza, tali beni dovrebbero essere sottratti alle logiche materialistiche e di mercato. Dovremmo, quindi, ridefinire ‘beni culturali’ ragionando in termini di ‘valore’ e non di ‘utilità’.
Infatti, ciò che rende ‘culturali’ dei ‘beni’ è precisamente il loro valore immateriale. Come oggetti in sé, hanno poco o nullo valore, e hanno perduto persino il loro originale valore funzionale (che sia un oggetto di uso quotidiano o un edificio). Acquisiscono però valore attraverso un’operazione di costruzione di valore che eseguiamo noi quando ci interessiamo alla loro storia e li ‘sacralizziamo’ nella loro unicità. Per l’antropologo Igor Kopytoff «gli oggetti d’arte, (d’archeologia, gli oggetti culturali) escono dalla sfera delle merci nel momento in cui noi li spostiamo di piano o livello, li poniamo nella sfera del sacro e li consideriamo non scambiabili e senza prezzo, perché singolari, unici» (Kopytoff, 2021).
La realtà, però, è ben diversa: i beni culturali un prezzo ce l’hanno, devono averlo perché devono essere assicurati e perché fanno parte del patrimonio indisponibile dello Stato, e quindi hanno bisogno di essere quotati. I veri oggetti senza prezzo sono gli scarti, come per esempio i cocci archeologici, cioè quegli oggetti che, una volta studiati, non possono essere valorizzati e vanno ad appesantire i magazzini delle soprintendenze e dei musei. Quegli oggetti sono senza prezzo perché, in realtà, sono senza valore. È inoltre inevitabile che, dice Kopytoff, se al valore viene dato un prezzo, il corrente prezzo di mercato diventerà la misura del valore.

Forum Romano. Foto di Matteo Del Piano su Unsplash
Beni culturali come beni comuni?
Ma chi è il proprietario, l’intestatario dei beni culturali? Secondo la Costituzione italiana (art. 9) dovrebbero essere tutti i cittadini italiani. In realtà, se leggiamo attentamente il Codice dei BBCC, il vero proprietario è lo Stato. Tutto il Codice è improntato a una struttura dominicale, proprietaria appunto, dove il cittadino è tendenzialmente controllato nelle proprie azioni con restrizioni, autorizzazioni e limitazioni, e non vi è alcun cenno alla partecipazione delle comunità locali, se non in tema di valorizzazione, dove le regioni sono concorrenti con lo stato. Ma se l’apparato statale è «l’ente esponenziale della comunità, non è automaticamente il portatore dell’interesse,
semmai è il gestore. Il portatore dell’interesse è piuttosto la comunità, che può essere la piccola comunità locale o la comunità universale, l’umanità» (Gentili, 2017).
Se la comunità, in senso lato, è la vera proprietaria del bene e la portatrice di interessi, i beni culturali dovrebbero rientrare nella categoria dei beni comuni, categoria che si sottrae alla tradizionale dicotomia ‘pubblico-statale’ e ‘privato-commerciale’ (Cortese, 2017). La commissione Rodotà ha infatti definito Beni comuni “le cose che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona… e devono essere tutelati e salvaguardati dall’ordinamento giuridico, anche a beneficio delle generazioni future”. Cicerone nel De Officis dice che l’utilitas pubblica, l’utilità della comunità, non è mai in antitesi con quella del singolo. Di conseguenza, forse, invece di indagare sulla riconducibilità del bene culturale al concetto di ‘bene’ o di ‘patrimonio’, declinandone i vari possibili statuti proprietari (bene privato di
interesse pubblico, bene pubblico, bene comune), sarebbe più efficace definire il suo ‘valore culturale’ come valore riconducibile alla sfera dell’utilitas publica che si pone al di fuori della schematizzazione privato/pubblico.
Considerare i beni culturali come ‘beni comuni’ pone l’accento su caratteristiche quali la necessaria fruibilità collettiva e l’accessibilità, nel rispetto della tutela e della conservazione. I beni culturali vanno, cioè, considerati come risorse collettive di cui può essere utile sviluppare forme di valorizzazione alternativa alla sola privatizzazione/ statalizzazione. Forme consistenti anche nella possibilità di una gestione auto-organizzata di tali beni da parte di una collettività individuata, ricostituendo così il legame tra i beni stessi e le comunità di riferimento che la proprietà pubblica con una gestione «non già negoziale, o volontaria, ma legale e necessaria» ha contribuito a
spezzare, come aveva intuito il giurista Massimo Severo Giannini già all’inizio degli anni Sessanta.
Riferimenti bibliografici
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